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L’Esercito di Terracotta: viaggio nel cuore della Cina di Qin Shi Huang

Una domenica di agosto alla scoperta dell’incredibile esercito voluto dal primo imperatore cinese, tra statue millenarie, scavi archeologici e una visita che comincia molto prima di arrivare davanti ai guerrieri.

Sveglia all’alba e una colazione decisamente cinese

La giornata dedicata all’Esercito di Terracotta comincia presto: sveglia alle 6, il tempo di prepararsi e poi una colazione veloce in hotel, ma tutt’altro che leggera. Noodles, dumpling e dolci ci danno l’energia necessaria per affrontare la visita. D’altra parte, davanti a noi ci sono migliaia di guerrieri da vedere e, soprattutto, una quantità imprecisata di visitatori con cui condividere l’esperienza.

È una domenica di agosto, un dettaglio che si rivelerà piuttosto importante quando arriveremo a destinazione. La combinazione tra alta stagione e giornata festiva non è esattamente quella ideale per chi spera di godersi un sito archeologico in tranquillità. Ma non avevamo alternative.

Alle 7 siamo già a bordo di un DiDi, il servizio di auto con conducente molto diffuso in Cina, diretti verso il sito archeologico. I biglietti li abbiamo prenotati diverse settimane prima e sono già associati al passaporto: una precauzione da non sottovalutare, perché organizzarsi in anticipo permette di risparmiare tempo e riduce il rischio di trovare problemi all’ingresso.

Arriviamo intorno alle 7:50. Il sito non ha ancora aperto, ma davanti agli accessi ci sono già tantissime persone in fila. La presenza di visitatori cinesi è nettamente predominante e noi occidentali siamo davvero pochi e come sempre suscitiamo curiosità e voglia di fare foto insieme.

La corsa verso i guerrieri: comincia la visita

All’apertura decidiamo di evitare la navetta che conduce ai padiglioni espositivi e di procedere a piedi. Sulla carta sembra una buona idea per risparmiare qualche minuto; nella pratica, significa mettersi a camminare molto velocemente, praticamente correndo, per superare qualche centinaio di persone che erano riuscite a posizionarsi davanti a noi agli ingressi.

Se vogliamo provare a vedere l’esercito con un po’ meno gente possibile davanti agli occhi, ogni minuto conta.

Il nostro obiettivo è il Pit 1, il primo e principale padiglione, quello che ospita la celebre fossa con la grande formazione di guerrieri. È qui che si trova la parte più spettacolare dell’Esercito di Terracotta, con migliaia di figure disposte in formazione, tra soldati, cavalli e carri.

Entriamo e ci ritroviamo immediatamente immersi nella calca.

Una piccola premessa per chi non ha mai visitato la Cina: in luoghi molto frequentati, la gestione degli spazi può essere piuttosto diversa da quella a cui siamo abituati in Europa. Quando davanti a te ci sono centinaia di persone che cercano di raggiungere lo stesso punto panoramico, la fila ordinata e il classico «prego, passi prima lei» non sono necessariamente la regola.

Diciamo che la cortesia non scompare, ma in certi momenti deve fare i conti con una notevole determinazione collettiva.

Anche noi, quindi, ci adeguiamo alla situazione e, tra una spinta e l’altra, riusciamo a conquistare un posto lungo la balaustra. Da lì la vista è finalmente libera: davanti a noi si apre l’enorme fossa archeologica, con file e file di guerrieri di terracotta schierati come se fossero pronti a partire per una campagna militare.

Ecco, questo è uno di quei momenti in cui le fotografie viste prima della partenza aiutano a riconoscere il luogo, ma non bastano a prepararti alle sue dimensioni. La quantità di statue, la disposizione delle file e l’estensione dello scavo sono impressionanti. Non si tratta di qualche decina di sculture messe in mostra, ma di un intero esercito riportato alla luce dopo essere rimasto nascosto per oltre duemila anni.

Pit 1: migliaia di guerrieri e pochi centimetri di libertà

Una volta conquistata la balaustra, comincia la visita vera e propria. O, per essere più precisi, comincia la lenta avanzata lungo il lato lungo del Pit 1, seguendo l’enorme flusso di visitatori.

Restiamo praticamente attaccati alla balaustra e procediamo spinta dopo spinta, fermandoci ogni pochi passi per osservare le statue.

Il risultato è una visita un po’ particolare. Da un lato vorresti prenderti tutto il tempo necessario per guardare ogni dettaglio; dall’altro devi imparare a osservare quello che hai davanti senza perdere completamente il contatto con il movimento della folla. Eppure, anche in queste condizioni, i guerrieri riescono a catturare l’attenzione.

Le statue sono a grandezza naturale e rappresentano soldati con abiti, armature e acconciature differenti. Avvicinandosi con lo sguardo si notano i volti, le posture, le mani e i particolari dell’equipaggiamento.

Nel Pit 1 si trova la più grande formazione militare del complesso, con file di fanti e altre figure disposte secondo uno schema che restituisce l’idea di un esercito pronto all’azione. Ci sono anche cavalli e carri, inseriti in una composizione che doveva rappresentare il potere militare dell’imperatore.

Dopo quasi un’ora usciamo dalla parte posteriore del padiglione. Abbiamo visto il grande esercito, scattato le fotografie e attraversato il tratto principale della fossa. La prima impressione è stata forte, anche se la folla ha inevitabilmente condizionato il ritmo della visita.

Per fortuna, il complesso non si esaurisce nel padiglione più famoso.

Pausa gelato: anche i guerrieri hanno diritto a un intervallo

Prima di proseguire, ci concediamo qualche minuto di pausa e compriamo uno di quei gelati cinesi che riproducono, con forme e colori, le attrazioni del luogo che si sta visitando.

È una piccola tradizione turistica che si incontra in diversi posti della Cina: il monumento, il personaggio o l’attrazione diventano anche un dolce da fotografare prima di mangiarlo. In questo caso il gelato è ispirato al sito e, cosa tutt’altro che scontata quando si acquistano alimenti pensati soprattutto per essere fotogenici, è anche buono.

Dopo la ressa della prima visita, la pausa è benvenuta. Non siamo certo arrivati fin qui per fare una recensione gastronomica dei gelati a tema, ma anche questi piccoli episodi fanno parte della giornata e contribuiscono a renderla più varia.

Riposiamo qualche minuto e poi ripartiamo verso gli altri padiglioni.

Pit 2: altre formazioni militari e nuovi dettagli da scoprire

Rispetto al Pit 1, che colpisce soprattutto per l’estensione della grande formazione, il Pit 2 presenta una disposizione più articolata. Al suo interno sono state individuate diverse unità, tra cui arcieri, cavalieri, carri e altre figure militari. È quindi un’area importante per comprendere meglio la varietà dell’esercito e il modo in cui poteva essere organizzato.

Il sito è ancora in parte interessato dagli scavi e questo contribuisce a far capire quanto il lavoro archeologico sia complesso: riportare alla luce reperti di questo genere non significa semplicemente scavare e recuperare statue, ma documentare, conservare e studiare ogni elemento.

Anche qui vale la pena osservare i guerrieri da vicino, per quanto consentito dagli spazi espositivi. I dettagli delle figure diventano più facili da apprezzare quando non si è costretti a procedere insieme a una folla compatta. Si riesce a guardare meglio l’abbigliamento, a distinguere le posture e a cogliere le differenze tra le varie tipologie di soldati.

Il Pit 2 aiuta anche a ridimensionare l’idea che l’Esercito di Terracotta sia composto soltanto da migliaia di fanti in fila. Il complesso è molto più articolato e le differenti figure militari avevano ruoli diversi all’interno della rappresentazione dell’esercito imperiale.

La minore affluenza rende questa parte della visita più rilassata. Possiamo fermarci, leggere le spiegazioni e osservare ciò che ci interessa senza doverci preoccupare continuamente di chi sta cercando di passare alle nostre spalle.

Pit 3: il posto di comando dell’esercito

Proseguiamo verso il Pit 3, più piccolo rispetto agli altri due e generalmente interpretato come una struttura legata al comando militare.

La sua disposizione è diversa da quella delle grandi formazioni del Pit 1 e del Pit 2. Proprio questa differenza lo rende interessante: non è semplicemente un’altra area piena di guerrieri, ma una parte del complesso che potrebbe rappresentare il centro di comando dell’esercito.

L’interpretazione si basa sulla disposizione dei reperti e sulle caratteristiche dell’ambiente, anche se non tutti gli aspetti della funzione originaria sono ricostruibili con assoluta certezza. È un buon esempio di come, in archeologia, anche una struttura relativamente piccola possa fornire informazioni importanti sull’organizzazione del mondo che l’ha prodotta.

Dopo aver visto le enormi file del Pit 1 e le diverse unità militari del Pit 2, il Pit 3 offre quindi un altro tassello per interpretare l’insieme. Le tre fosse non sono tre esposizioni indipendenti, ma parti di un progetto funerario molto più ampio, pensato per accompagnare simbolicamente il sovrano anche dopo la morte.

Le aree museali e i pannelli esplicativi aiutano a ricostruire il contesto storico e a dare un significato più preciso a ciò che si è visto nei primi due padiglioni. Se si visita il sito soltanto per fotografare la grande fossa, si rischia infatti di perdere una parte importante dell’esperienza: le statue sono spettacolari, ma è la loro storia a renderle davvero straordinarie.

Passate quasi altre due ore tra gli altri padiglioni e le sezioni espositive, abbiamo completato una parte consistente della visita. Ma prima di uscire c’è ancora qualcosa che vogliamo (ri)fare.

Un secondo giro al Pit 1, questa volta senza l’ansia delle foto

Torno nel Pit 1.

La prima visita era stata inevitabilmente condizionata dalla folla e dal desiderio di fotografare tutto. Questa volta, invece, le immagini che volevo portare a casa sono già sul telefono e posso concentrarmi soltanto su quello che ho davanti.

È un piccolo cambiamento, ma fa la differenza.

Quando si visita un luogo così famoso, si rischia di trascorrere molto tempo cercando l’inquadratura giusta: ci si sposta, si alza il telefono, si controlla lo schermo, si scatta un’altra fotografia perché la precedente non convince. Alla fine si torna a casa con centinaia di immagini, ma non sempre con la sensazione di aver davvero osservato ciò che si aveva davanti.

Nel secondo giro posso dedicarmi ai guerrieri senza questa preoccupazione. Mi soffermo sulle file, sulle differenze tra le statue e sull’insieme della fossa, cercando di cogliere meglio le dimensioni del complesso e il lavoro necessario per realizzarlo.

L’esercito è sempre quello, naturalmente, ma questa volta riesco a guardarlo con più calma. Dopo aver visto gli altri padiglioni e aver letto qualche spiegazione in più, anche ciò che avevo osservato al mattino assume un significato diverso.

È probabilmente uno dei motivi per cui consiglio di non limitare la visita a una rapida occhiata al Pit 1. Il primo incontro è quello che lascia maggiormente il segno per l’impatto visivo; il tempo dedicato agli altri ambienti e un eventuale secondo passaggio permettono invece di apprezzare meglio il sito nel suo complesso.

In altre parole, vale la pena concedersi qualche ora in più.

Chi era il primo imperatore e perché volle un esercito sotterraneo?

Per comprendere davvero l’importanza dell’Esercito di Terracotta bisogna fare un salto indietro di oltre duemila anni, fino alla Cina del III secolo a.C.

Il protagonista di questa storia è Qin Shi Huang, il sovrano che nel 221 a.C. riuscì a unificare sotto il proprio dominio diversi territori cinesi, ponendo fine al periodo dei Regni Combattenti e diventando il primo imperatore della Cina unificata.

Il suo regno fu caratterizzato da importanti trasformazioni amministrative e politiche. Tra le misure associate alla dinastia Qin ci furono la standardizzazione di pesi, misure e scrittura, oltre al rafforzamento del controllo imperiale sui territori conquistati.

Qin Shi Huang è una figura centrale nella storia cinese, ma la sua eredità è complessa. Alle riforme che contribuirono a consolidare l’impero si accompagnarono un governo autoritario e forme di repressione che sono state oggetto di dibattito storico per secoli.

La costruzione del suo mausoleo riflette bene la scala delle ambizioni imperiali. Il complesso funerario fu realizzato per preparare al sovrano una dimora ultraterrena degna del suo potere, secondo concezioni funerarie e religiose dell’epoca.

L’Esercito di Terracotta faceva parte di questo enorme progetto: un esercito destinato simbolicamente a proteggere l’imperatore anche dopo la morte. Le figure non erano semplici decorazioni, ma una rappresentazione concreta del potere militare che aveva contribuito alla nascita dell’impero.

Il lavoro coinvolse un numero enorme di persone e richiese competenze artigianali e organizzative notevoli. I guerrieri furono realizzati in terracotta, modellati in diverse parti e assemblati, con dettagli che variavano da una figura all’altra. Il loro aspetto originario era inoltre molto diverso da quello che vediamo oggi: molte statue erano dipinte con colori vivaci, in parte perduti dopo il ritrovamento e l’esposizione all’aria.

Questo particolare è facile da dimenticare quando si osservano le figure nelle tonalità della terra e del grigio. In origine, l’esercito doveva essere molto più colorato di quanto immaginiamo guardando le fotografie attuali.

Una scoperta casuale che ha cambiato l’archeologia

Per secoli l’esercito rimase nascosto nel sottosuolo, fino al 1974, quando alcuni contadini impegnati a scavare un pozzo nella zona di Xi’an portarono alla luce i primi resti.

Da quel ritrovamento partirono le indagini archeologiche che avrebbero rivelato un complesso molto più grande di quanto si potesse immaginare inizialmente. Le fosse contenevano migliaia di figure tra soldati, cavalli e altri elementi legati all’organizzazione militare.

La scoperta contribuì a trasformare l’area in una delle destinazioni archeologiche più conosciute della Cina e attirò l’attenzione della comunità scientifica internazionale.

Ancora oggi il sito non è da considerare un lavoro concluso una volta per tutte. Gli scavi, lo studio dei reperti e le attività di conservazione richiedono tempi lunghi e precauzioni particolari, soprattutto per le statue dipinte, particolarmente vulnerabili quando vengono esposte all’ambiente esterno.

È uno degli aspetti più interessanti della visita: quello che vediamo è il risultato di decenni di ricerche, ma rappresenta anche una finestra su un patrimonio archeologico che continua a essere studiato.

Il complesso dell’Esercito di Terracotta fa parte del Mausoleo del primo imperatore Qin ed è stato inserito nella lista del Patrimonio mondiale UNESCO nel 1987. La sua importanza non dipende soltanto dal numero di statue, ma anche da ciò che racconta sull’organizzazione militare, sulle capacità artigianali e sulle idee funerarie della Cina imperiale.

Sapere tutto questo aiuta a guardare le figure con occhi diversi. Non sono soltanto migliaia di soldati di argilla: sono una testimonianza materiale di un periodo storico che ha contribuito a definire il volto della Cina.

L’uscita: il villaggio commerciale da cui sembra impossibile andarsene

Terminata la visita, ci dirigiamo verso l’uscita convinti che la parte più impegnativa della giornata sia ormai alle spalle.

In realtà ci aspetta un ultimo piccolo ostacolo: il percorso attraverso una zona commerciale piena di locali dove mangiare, negozi di souvenir e attrazioni che ricordano, almeno nell’impostazione, quelle di un parco divertimenti.

Dopo aver trascorso ore davanti a un esercito di oltre duemila anni fa, il passaggio tra vetrine, ristoranti e bancarelle è piuttosto brusco. Non mancano le opportunità per comprare un ricordo o fermarsi a mangiare, ma in quel momento il nostro interesse principale è molto più semplice: ritrovare la strada per i parcheggi e chiamare un DiDi per tornare a Xi’an.

Il problema è che il percorso non sembra particolarmente interessato a facilitarci questo obiettivo. Tra negozi e locali, individuare la direzione giusta per raggiungere la zona da cui ripartire non è immediato.

Naturalmente non possiamo sapere se il percorso sia stato progettato con l’intenzione di trattenere i visitatori il più a lungo possibile (anzi, lo sappiamo benissimo!), ma l’impressione, dopo una giornata già intensa, è proprio quella di dover completare un’ultima missione prima di poter tornare in città.

Dopo circa mezz’ora riusciamo finalmente a raggiungere la zona giusta e a chiamare il nostro DiDi.

La strada verso Xi’an è l’occasione per rilassarci dopo una visita lunga e ricca di stimoli. La giornata è iniziata alle sei del mattino con noodles e dumpling e si conclude con la soddisfazione di aver visto uno dei luoghi più importanti della storia cinese.

Consigli pratici per visitare l’Esercito di Terracotta

Prenota i biglietti in anticipo. È preferibile organizzarsi diverse settimane prima, soprattutto nei periodi più affollati. Verifica le modalità di prenotazione e assicurati che i dati del passaporto siano corretti: il documento può essere necessario per accedere al sito.

Parti presto. Noi siamo arrivati intorno alle 7:50, in una domenica di agosto, e abbiamo trovato già moltissime persone in attesa. Arrivare prima dell’apertura permette di organizzare meglio la visita, anche se non garantisce di evitare la folla.

Valuta un DiDi da Xi’an. È una soluzione pratica per raggiungere il sito senza dover gestire autonomamente i trasferimenti. Concorda mentalmente un po’ di margine per il ritorno: una volta usciti dai padiglioni, bisogna attraversare la zona commerciale e raggiungere il punto corretto per farsi venire a prendere.

Dedica tempo a tutti e tre i Pit. Il Pit 1 è il cuore della visita e quello che colpisce maggiormente al primo sguardo, ma anche il Pit 2, con le sue diverse formazioni militari, e il Pit 3, generalmente interpretato come area legata al comando, meritano attenzione. Insieme aiutano a comprendere meglio la struttura del complesso.

Metti in conto diverse ore. Nel nostro caso, dopo la prima visita al Pit 1, abbiamo dedicato quasi due ore agli altri ambienti e siamo tornati una seconda volta davanti all’esercito. Non è necessario seguire esattamente lo stesso itinerario, ma sarebbe un peccato arrivare fin qui per poi dover correre da un padiglione all’altro.

Preparati alla folla. Una domenica di agosto può essere particolarmente frequentata. Nei momenti di maggiore affluenza può essere difficile fermarsi a lungo nei punti più richiesti. Mantieni al sicuro telefono e oggetti personali, rispetta le indicazioni del personale e cerca di non trasformare la ricerca della fotografia perfetta in una gara con gli altri visitatori.

Porta acqua e scarpe comode. Il complesso è ampio e si cammina parecchio, tra padiglioni, aree espositive e percorsi di collegamento. Una pausa ogni tanto è utile, soprattutto se vuoi visitare tutto senza arrivare alla fine della giornata completamente esausto.

Calcola il tempo necessario anche per uscire. Non considerare conclusa la visita nel momento in cui lasci l’ultimo padiglione: la zona commerciale può richiedere altro tempo prima di raggiungere i parcheggi e il punto di partenza del DiDi.

Vale la pena visitare l’Esercito di Terracotta?

L’Esercito di Terracotta è uno di quei luoghi che da soli valgono un viaggio in Cina non soltanto per la sua fama, ma per quello che permette di vedere concretamente.

Il Pit 1 è impressionante per dimensioni e quantità di figure, mentre il Pit 2 e il Pit 3 aiutano a comprendere meglio la complessità del sito. Le statue, con i loro dettagli e le differenze tra un guerriero e l’altro, raccontano una storia che va ben oltre la semplice esposizione di reperti archeologici.

La visita ha anche i suoi aspetti meno comodi: bisogna organizzarsi, mettere in conto parecchie persone e avere un po’ di pazienza nei momenti più affollati. Una domenica di agosto non è certo il momento in cui aspettarsi ampi spazi liberi davanti alle balaustre. Il percorso commerciale all’uscita, poi, può richiedere più tempo del previsto. Ma sono inconvenienti gestibili, soprattutto se si arriva preparati e senza un programma troppo serrato per il resto della giornata.

Il mio consiglio è di non limitarsi a entrare, fotografare il Pit 1 e correre via. Dedica tempo anche alle altre aree, leggi le spiegazioni e, se gli orari e l’affluenza lo consentono, torna a osservare l’esercito una seconda volta. Dopo aver visto il resto del complesso, potrai apprezzare meglio ciò che hai davanti, senza essere continuamente concentrato sulla macchina fotografica o sul tentativo di trovare un posto libero alla balaustra.



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